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mercoledì 18 maggio 2016

La figlia sbagliata




Leggere La figlia sbagliata della Romagnolo, candidato al Premio Strega 2016, dopo Lacci di Starnone ha contribuito a far restare la mia mente ingarbugliata all'interno di dinamiche familiari disfunzionali e circoli viziosi di estrema sofferenza intergenerazionale.

Diciamolo subito, chiaro e tondo: la Romagnolo è stata straordinaria. E' riuscita a tessere una tela complessa ma precisa degli eventi e della psicologia dei personaggi facendoli crescere, maturare, cambiare sotto ai nostri occhi. C'è un filo rosso che collega tutti gli eventi che non si spezza mai: ogni azione o emozione dei protagonisti è correlata ad altre azioni ed emozioni ben precise e rintracciabili nello spazio-tempo delle dinamiche familiari. 

Andiamo per ordine: la copertina è bellissima. Grafica, essenziale, con gli elementi salienti del romanzo già presentati sottoforma di disegno. Il rebus ci rimanda immediatamente alla Settimana Enigmistica che, all'interno delle vicende, detiene un ruolo significativo. Sul retro-copertina, invece, vi è stampata una spirale sulla quale sono indicate le date più significative delle vite dei personaggi. La trama, infatti, si distribuisce su quattro giornate ma, tra una giornata e l'altra, vi sono dei flashback che ci consentono di scoprire cosa sta dietro al qui ed ora aiutandoci pertanto a comprendere la personalità ed i sentimenti dei protagonisti in modo profondo e progressivo.






Protagonista della vicenda è la famiglia Polizzi composta da Ines, vertice del sistema familiare sotto la quale si posizionano gerarchicamente tutti gli altri, Pietro, gran lavoratore ora in pensione che mantiene una posizione quasi di spettatore all'interno della struttura familiare, ed i loro figli Vittorio (amato e venerato) e Riccarda (sbagliata e rifiutata anche nel nome). 

Il libro inizia con la morte improvvisa di Pietro Polizzi: un infarto lo stronca mentre la moglie sta lavando i piatti e gli dà le spalle. Quando Ines se ne accorge non fa nulla: non chiede aiuto, non avvisa nessuno, non entra nel panico. Dà semplicemente il via alla narrazione delle vicende della loro famiglia.

Ines mi ricorda quelle donne che arrivano in terapia con la figlia anoressica o tossicodipendente o con dei tic molto evidenti ed invalidanti: l'estremo controllo e l'assenza di alterità nella relazione educativa non porta mai a qualcosa di buono. Chiariamolo. 
Ines infatti rende la sua vita ragionevole: tutto ciò che fa non viene dal cuore o da motivazioni positive ma dalla semplice e sterile ragionevolezza. Questo dogma lo proietta sui suoi figli mediante un controllo spasmodico ed una totale incapacità di leggere i loro reali bisogni: Vittorio collude con lei, diventando quel bambino così perfetto da renderla la donna più orgogliosa al mondo; Riccarda, in qualche modo protetta dal fratello che le fa da scudo, ha la forza e la possibilità di ribellarsi, con la conseguente esclusione dall'amore materno.

"Mamma sta facendo quella faccia e Vittorio sente di non avere scampo. -Sì- le dice." 

"A volte, con la mamma, Vittorio va in confusione."

Con una madre così intrusiva ed un padre così evitante (Pietro si ammazza di lavoro piuttosto che stare a casa con Ines, rinunciando pertanto anche alla sua funzione genitoriale), infatti, Vittorio non è in grado di distinguere i suoi desideri e bisogni da quelli della madre. Si crea una diade simbiotica carica di sofferenza che impedirà a Vittorio di crescere veramente, di maturare, di seguire la sua strada. Riccarda, al contrario, grazie ad una costante ribellione riuscirà a seguire il suo istinto e a fare ciò che ama, per questo verrà additata come sbagliata.


Il talento è un tema centrale del romanzo perché Ines impedisce con il suo dogma della ragionevolezza di lasciare che il talento prenda il suo spazio: sopprime il suo talento (per il disegno), quello di Vittorio (per il nuoto) ma non quello di Riccarda (per la recitazione). Ines ritiene che il talento non sia sicuro, concreto, sensato. Ma può una vita essere felice se deve essere costantemente circoscritta all'interno di paletti sicuri e ragionevoli?
La Romagnolo, con La figlia sbagliata, ci insegna di no.

"All'illusione non c'è sollievo, è la cosa peggiore della vita."

Ho letto alcune recensioni in cui si sosteneva l'idea che il finale lasciasse le mani del lettore vuote. Non sono sicura che, in tal caso, sia stata davvero compresa la profondità delle vicende narrate e la carica emotiva che caratterizza questa famiglia. Il finale, infatti, era inevitabile ed ha chiuso il cerchio: ogni azione ed emozione vissuta nella storia familiare ha avuto la sua corrispondente e tragica conseguenza. 

#Stregathon iniziato alla grande. 




venerdì 11 gennaio 2013

Molto forte, incredibilmente vicino




Un vero e proprio libro interattivo: quando l'emozione della lettura e l'immedesimazione nelle vicende narrate diventano un tutt'uno



Quando l'intento di un autore è quello di scrivere un romanzo fondando la sfera temporale su un avvenimento realmente esistito, il rischio di romanzare eccessivamente e di sfociare nel banale è sempre all'agguato. J.S.Foer, in questo, si rivela praticamente impeccabile.
Oskar Shell è un bambino di nove anni orfano di padre a causa del crollo delle Torri Gemelle, l'11 settembre 2001. Frugando tra le cose del genitore scomparso il bambino trova, dentro un vaso azzurro, una busta con la scritta "Black", contenente una chiave. Inizia così il viaggio alla ricerca del misterioso/a signor/a Black che, nelle fantasie e nei progetti di Oskar, sarà in grado di dargli informazioni sull'oggetto trovato e, di conseguenza, sul padre.

Sebbene la scelta di questa "ricerca del tesoro" per le strade e gli appartamenti di New York sia, a mio parere, irrealistica ed a tratti ridicola, Foer grazie alla sua abilità di scrittura, riesce a non farla pesare, rendendola la spina dorsale dell'intero romanzo. La sua prosa è ricca di particolari e descrizioni che rendono la lettura piacevole e scorrevole anche durante le vicende più deboli dal punto di vista logico.
Nulla è lasciato al caso, ogni personaggio è descritto in modo sublime: pagina dopo pagina scopriamo nuovi aspetti comportamentali, emotivi e psicologici dei protagonisti che ci rendono consapevoli non solo della vicenda fine a sé stessa, ma anche e soprattutto delle difficoltà che conseguono la perdita di una persona cara.

I temi trattati in "Molto forte, incredibilmente vicino" sebbene siano tutto collegati dal "filo rosso" della famiglia sono vari: si parla del rapporto genitori figli, dell'elaborazione del lutto in età scolare, dell'importanza dei nonni ma anche della verità, della speranza, del "vivere per qualcosa/qualcuno". Si parla dell'amore in tutte le sue forme, del dolore e della limitatezza dell'uomo.

La decisione, inoltre, di inserire foto e scritte rende il romanzo un vero e proprio libro interattivo in cui il lettore si trova totalmente immerso sia dal punto di vista emotivo sia dal punto di vista visivo e materiale.

A fine lettura non ho pianto come mi aspettavo (e come si aspettavano tutti). Mi è semplicemente rimasto un peso a livello dello sterno, una tristezza ed una malinconia incredibile ed incontrollabile che solo un ottimo autore ed uno splendido libro possono creare.


3.5 stelline

Link della mia libreria aNobii: http://www.anobii.com/0120fadec666e694e2/books